Che l’essere umano sia un animale sociale l’abbiamo sentito dire in innumerevoli contesti e situazioni. Ma, al di là di una cosa che sembra ovvia, dobbiamo partire da questo elemento per riuscire a capire, nella sua interezza, quanto questo sia alla base di tutto ciò che riguarda la comunicazione e il suo sviluppo. 

Un po di storia. 

Da quando l’uomo è apparso sulla terra ha cercato di aggregarsi e formare gruppi. Inizialmente limitati; in seguito sempre più grandi. Tutto questo in funzione di difesa, visto che l’ambiente che lo circondava era ostile e lo rendeva vulnerabile e facilmente attaccabile. Il formare gruppi e creare convivenza ha stimolato anche la necessità di sviluppare metodi comunicativi sempre più complessi. da sculture e pitture rupestri fino ad arrivare ai giorni nostri con la tecnologia e passando per le tecniche di scrittura via via sempre più complesse. 

L’uso di segnali acustici come il percuotere tamburi e visivi come i segnali di fumo sono stati tra i metodi iniziali per cercare di trasmettere informazioni “di prima necessità” come avvisi di pericolo. Va da sé che tutto ciò vedeva la difficoltà di una limitazione spaziale rispetto alla capacità di raggiungere chi era il destinatario del messaggio. La tecnologia è sicuramente venuta incontro a queste necessità. L’invenzione del telegrafo ha permesso le prime trasmissioni di contenuti a distanze estremamente importanti, anche di migliaia di chilometri, attraverso i cavi. Le onde elettromagnetiche hanno permesso di superare anche la limitazione dei cavi. 

Questa scoperta ha permesso un ulteriore passo avanti che è stato l’invenzione del telefono. Ciò ha portato la semplificazione della comunicazione portandola da capacità di pochi di interpretare i segnali morse del telegrafo, a la capacità di tutti visto che col telefono si passava al sentire direttamente la voce di chi comunicava. Parallelamente si sviluppavano mezzi di comunicazione di massa che a tutt’oggi sono potentemente presenti e che sono tv e radio. 

Comunicare oggi. 

Oggi siamo ad una fase di sviluppo tecnologico  che, vista la velocità con cui avviene, mi verrebbe da considerarlo compulsivo. A radio tv e telefono si è aggiunta la rete che, attraverso, prima i computers e poi tutti i più recenti devices, sta pervadendo ogni ambito del sapere. La facilità di accesso ad ogni contenuto vede una probabile “democrazia” mettendo un numero di persone enorme in grado di fruire di contenuti che, fino a pochi decenni fa, erano a disposizione di pochi; ma che sta portando a problematiche psicologiche e di capacità mnemonica. Il così detto effetto google è l’esito del non aver più la necessità di incamerare informazioni e memorizzarle perché, con una semplice ricerca su un motore di ricerca, si possono ritrovare tutte in breve tempo. 

La rete internet e la sua facile fruizione, soprattutto attraverso devices tascabili ha portato uno sviluppo di un mondo relazionale di tipo virtuale. Facebook, Instagram, Twitter, etc. hanno portato l’interazione sociale a svilupparsi sempre di più in assenza di contatto. Whatsapp permette di diventare un facile mezzo per risolvere diatribe personali e amorose senza bisogno di metterci la faccia con tutti i disagi emotivi che questo comportava. Lo smartphone sembra, oggi, diventato un’appendice del quale non si può farne a meno. Un immagine caratteristica è quella di un gruppo di persone a tavola insieme, ma tutti con in mano il proprio telefonino e consultare chissà quale notizia  urgente  necessaria per la propria sopravvivenza. le ricerche fatte hanno individuato come tempo medio trascorso a consultare il proprio smartphone attorno alle tre ore giornaliere. Ma è veramente questo il bisogno che ci porta alla felicità?     

Cosa è stato scoperto. 

Il vedere come quasi tutti vivono concentrati sul proprio device fa pensare che sia il mezzo attraverso il quale venga trovata soddisfazione ai propri bisogni. Forse per qualcuno potrà anche corrispondere a verità , anche se parziale, ma porsi la domanda se è veramente così credo sia dovere di chi si occupa del benessere delle persone e di tutti quelli che vogliono capire come si può vivere al meglio in un mondo che ti porta ad allontanarti dall’uso critico della propria mente. Proprio un team di psicologi e altri esperti della Ruhr_Universitat Bochum (RUB) in Germania hanno attivato un esperimento per verificare cosa succedeva su un gruppo di persone che veniva privato per una settimana del uso completo del cellulare. 

La ricerca, pubblicata recentemente su “jurnal of Experimental Psychology si è svolta con le seguenti modalità: Il gruppo di ricercatori guidato dalla Dott.ssa Julia Brailovskaia e appartenente al centro di ricerca sulla salute mentale della suddetta università ha reclutato 619 persone e le ha divise casualmente in tre gruppi: 200 hanno messo da parte il cellulare completamente per una settimana, 226 hanno diminuito di un’ora al giorno l’utilizzo dello stesso per un identico periodo, 193 hanno continuato ad usare il cellulare come sempre fatto. 

La Dott.ssa Bralovskaia ha comunicato i seguenti risultati: sia il gruppo privato completamente del cellulare che quello che ha ridotto di un’ora l’uso quotidiano hanno indicato effetti positivi sulla qualità di vita e sul loro benessere. 

Il modificare l’abitudine anche solo per una settimana ha portato ad registrare cambiamenti anche a lungo termine. A distanza di quattro mesi, il gruppo privato completamente dell’uso del cellulare avevano ridotto di circa 38 minuti nell’uso quotidiano di questo, mentre il gruppo che aveva ridotto solamente l’uso aveva mantenuto la riduzione fina a 45 minuti. Mentre avveniva ciò si notava un aumento nella soddisfazione di vita e nel tempo dedicato all’attività fisica. Allo stesso tempo i sintomi della depressione,  dell’ansia e il consumo di nicotina erano diminuiti. 

Conclusioni. 

Quanto emerso in questa ricerca ci porta ancora una volta a comprendere come l’equilibrio nelle cose della vita sia un pilastro su cui poggiare la nostra salute a 360°. Eccedere o negare, magari in modo coercitivo, può essere una mina vagante per la nostra psiche che, vedendo nell’abitudinarietà il suo modo di agire in funzione del risparmio energetico e di rapidità di azione,  tende a mal digerire forzature non accompagnate da cambiamenti guidati, giustificati e graduali. 

Quindi permettiamoci di stare al meglio non dipendendo da qualcosa o qualcuno, ma nello scegliere il modo migliore ed equilibrato nel gestire il nostro mondo. La ricerca in campo digitale sta spingendo in modo potentissimo nello sviluppo delle reti neurali, delle intelligenze artificiali, della realtà aumentata e mostrando che quello che dieci anni fa sembrava solo possibile negli effetti speciali dei film oggi è molto più vicino a noi di quanto si pensa. 

Ma noi avremo la capacità di gestire questa evoluzione in modo che vada a nostro favore, facendone un uso oculato ed adeguato, o diventeremo sempre più dipendenti da tutto ciò con il rischio di, anziché progredire, di regredire da “Sapiens sapiens” a “neanderthal” o ai nostri protogenitori scimmie? Ai posteri l’ardua sentenza. 

Dott. Massimo Maroncelli